martedì 30 dicembre 2014

La Grecia al voto, Syriza alla prova decisiva, l'UE al bivio?


Non sappiamo come andranno le prossime elezioni greche. Nonostante tutti i sondaggi diano Syriza primo partito greco, oltretutto con un discreto margine, siamo abbastanza coscienti che di qui al 25 gennaio l’attacco frontale contro ipotesi di governo anti-liberista si dispiegherà con tutta la sua forza, intimorendo una parte dell’elettorato oggi a favore di Syriza. 

La vittoria di Tsipras non è per nulla scontata, e non è neanche detto che Syriza voglia davvero vincerle queste elezioni. Una vittoria, la responsabilità di formare un governo, renderebbero necessarie delle decisioni politiche che fino ad oggi Syriza ha sempre rimandato, consapevole del tornante storico che potrebbe determinare non solo per la Grecia ma per tutta l’Unione Europea.

Nei fatti, la probabilità di una vittoria del soggetto politico guidato da Tsipras da diversi mesi ha prodotto una revisione della radicalità delle proposte politiche presentate agli elettori. Il mantenimento dell’Euro, ad esempio, da questione dibattuta e controversa si è trasformata in certezza, scomparendo dal programma politico del partito greco. Così come il rispetto dei trattati, degli accordi finanziari, eccetera. In questi mesi è sembrato che l’impegno principale di Tsipras fosse quello di tranquillizzare i mercati e le istituzioni della UE. 

Un tattica persino condivisibile se volta a spezzare la valanga ideologica contraria che in questo mese verrà messa in campo contro la probabilità di un governo di sinistra. Il problema è se si tratti di tattica o di paura, e per capirlo non resta che attendere l’esito elettorale e sperare nella vittoria di Tsipras e compagni. L’unica questione posta apertamente in discussione è la presenza della cosiddetta “troika”, che nei fatti gestisce la politica greca. 

Una questione certamente importante, anche se ormai secondaria. La “troika” governa bene anche per procura, come vediamo in Italia con Renzi, e non è necessario l’intervento diretto stile Irlanda.

Sarebbe sbagliato non augurarci una vittoria di Syriza. Un governo guidato da una forza effettivamente di sinistra sarebbe in ogni caso una svolta salutare e possibilmente feconda per tutta la politica europea, soprattutto per quei paesi che subiscono la politica economica della UE e non la determinano.

Siamo insomma di fronte ad un passaggio importante: la vittoria di Syriza potrebbe accelerare determinate tendenze politiche tali da mettere in discussione l’architettura “unionista”, liberista e imperialista del soggetto Unione Europea. La perdita di un pezzo sarebbe un colpo non indifferente nel processo di concentrazione capitalista europeo. 

Il problema è se questo pezzo, guidato per la prima volta da un governo socialdemocratico radicale, abbia davvero voglia di spezzare il circolo vizioso europeista, o adeguarsi lottando su aspetti marginali dello stesso. Staremo a vedere, ma in ogni caso un eventuale governo guidato da Syriza sarebbe una tappa fondamentale anche per noi.

Se sarà il bastione dal quale rinforzare le lotte europee sarebbe un passo in avanti per tutti, al di là delle differenze interne alla sinistra anti-capitalista. Se dovesse invece essere l’ennesima delusione, potrebbe essere un colpo dal quale difficilmente potremmo riprenderci.


venerdì 19 dicembre 2014

Dicci, Re Giorgio: chi sono mai gli eversori?

Un altro totale ribaltamento della realtà. Da parte di Giorgio Napolitano, nel caso di giornata. A proposito: bisognerebbe iniziare a parlarne, di lui e degli altri che hanno rivestito o rivestiranno il medesimo ruolo, non più come dei Capi dello Stato ma come dei Capi di questo Stato. Tanto per ricordare costantemente e al colpo d’occhio che quella in cui viviamo non è affatto l’unica e la sola Repubblica italiana possibile, bensì una sua versione degradata e incancrenita. Ovvero irrecuperabile, mantenendo gli assetti attuali.  
Il riepilogo dovrebbe essere superfluo, per chi veda al di là del suo naso, ma aggiungiamolo ugualmente. Le pubbliche istituzioni, e la stessa Costituzione, sono state oggetto di una progressiva usurpazione da parte dei potentati che si sono insediati ai vertici del mondo politico ed economico. Con gli esiti pluridecennali che chiunque può vedere. Esiti pessimi per la popolazione nel suo insieme. Esiti ottimi, nel senso dei vantaggi già ottenuti e di quelli che si prospettano grazie ai cambiamenti strategici che si stanno imponendo con la scusa del debito pubblico e della competizione globale, per chi tira i fili. Dentro e fuori il pantano dei partiti. Dentro e fuori gli stessi confini nazionali, a causa dell’asservimento alla finanza speculativa che bada solo al profitto e che, perciò, non ha e non vuole avere nessuna bandiera. Tranne quando, invece, le conviene fingere di averla per farsi affidare la sovranità monetaria tramite le banche centrali o per assicurarsi gli aiuti governativi necessari a salvare i colossi del settore che si sono messi da sé sull’orlo del crac, e che però sono pur sempre “too big to fail” (troppo grandi per fallire).
Dice Napolitano (in un discorso accorato e commosso fino alle lacrime, come riferiscono rispettosamente le cronache): «La critica della politica e dei partiti, preziosa e feconda nel suo rigore, purché non priva di obiettività, senso della misura e capacità di distinguere, è degenerata in antipolitica, cioè in patologia eversiva».  
Ecco fatto. I colpevoli del disastro italiano vengono spacciati per vittime, mentre coloro che si scagliano contro quei colpevoli – riunendoli a buon diritto in un rifiuto complessivo e infuriato – si ritrovano etichettati come facinorosi. Peggio, come dei veri e propri “eversori”. Ma eversori di cosa?
La domanda andrebbe posta immediatamente, di fronte a queste condanne sommarie e unilaterali. Ci spieghi meglio, Presidente. Eversori di quale ordinamento?  Di quale sistema di potere? Eversori di ciò che lo Stato aveva garantito di voler essere, al termine dei lavori della Costituente e con la promulgazione della (cosiddetta) Carta Suprema, o viceversa di quello che esso è diventato via via, utilizzando la facciata democratica e legalitaria per nascondere il groviglio di interessi più o meno occulti che ci ha portati alla situazione odierna?
In altri termini, e a costo di farlo sembrare un gioco di parole troppo scoppiettante per essere anche serio: l’eversore dell’usurpatore è davvero un eversore?
Ma purtroppo, si sa, qui da noi il Capo dello Stato non può essere chiamato a rispondere seduta stante delle sue tesi. Egli, circonfuso della sacralità attribuita alla Sua carica, parla sempre ex cathedra. E se per di più si commuove, nel suo dolente eloquio, non si può che contemplarlo in silente adorazione.

Federico Zamboni
dal Ribelle.com

mercoledì 17 dicembre 2014

Processo NOTAV, cade l'ingiusta accusa di terrorismo.

http://www.notav.info/post/cassazione-cade-laccusa-di-terrorismo-per-i-notav/

Sul Natale senza luci....e le polemiche inutili..


In questi giorni, leggendo sul Blog "Sei di Alpignano se...." sono rimasto sorpreso di quanta importanza abbiano le luminarie natalizie per molti cittadini... e come sia diventato quasi un "caso" di portata locale, tale da scaturire l'intervento e le scuse del primo cittadino in persona.

Beh, guardandomi intorno, guardando oltre al campanile, ci sono molte ragioni per cui rimanere sorpreso di tanto clamore scaturito dalle colorate luci di Natale!

Intanto il nostro Paese, l'Italia, sta vivendo una crisi epocale in tutti i campi, da quello economico, passando per quello etico-morale e culturale. Siamo continuamente bombardati da notizie negative, quotidianamente, dai telegiornali e dai mass-media, anche sul web. Siamo ormai sorprendentemente indifferenti agli scandali che coinvolgono le istituzioni, con le loro trame affaristico-mafiose, che coinvolgono tutti i partiti (caso a parte il movimento di grillo, per il momento).

Siamo carenti di una classe politica degna di essere votata e che invece si arrampica ai vetri, e continua a guardare alla "famosa luce in fondo al tunnel".."alla ripresa", alla "crescita".

Abbiamo un'enorme carenza a livello locale, così come a livello nazionale, di partecipazione attiva e democratica alle scelte che dovrebbero decidere la nostra vita, il nostro modo di accedere ai servizi fondamentali, alle cure, alla scuola.

Siamo in stato di emergenza ambientale, a partire dai disastri famosi (ILVA di Taranto, diossina di Seveso, Eternit di Casale Monferrato, la Terra dei Fuochi...) ed i molti altri disastri che usciranno fuori, con il tempo, dimostrando il fallimento di questa intera classe politica, vuoi per collusione, vuoi per inerzia colpevole o per totale incapacità.

Continuano a impegnare denari pubblici in opere dannose per l'ambiente e di conseguenza per l'uomo (vedi ad esempio la linea TAV). Questo per chi si fosse dimenticato che noi uomini facciamo parte integrante dell'ecosistema, ma che lo stiamo distruggendo, condannandoci alla definitiva estinzione.

Ci dovremmo preoccupare delle luci di Natale? con tutti i problemi che con l'anno a venire si presenteranno? Oppure sarebbe ora di svegliarsi, di attivarsi e muovere il cervello, cercando di capire insieme come uscire da tutto ciò?

Toro Seduto




martedì 16 dicembre 2014

Fassina & C. sbraitano. Ma restano lì

Coincidenza è dire troppo, ma il parallelo è interessante: negli USA il Senato concede al governo federale i fondi necessari a continuare a operare in deficit, così da proseguire l’attività fino a settembre 2015, e l’approvazione del provvedimento arriva con un voto bipartisan che associa – o mescola – Democratici e Repubblicani; qui in Italia l’assemblea Pd si svolge all’insegna dell’ennesima baruffa scatenata dalla minoranza che contesta Renzi, accusandolo sia per le sue politiche economiche che per l’arroganza con cui le persegue, ma alla fine le tensioni non portano a nessuna rottura definitiva e l’eventuale scissione non è neanche ventilata dai dissidenti.
Detto alla statunitense, “Follow the money”. Segui il denaro. Dove il denaro, però, va interpretato in modo estensivo ed equivale agli interessi materiali. Ossia, in ambito politico, ai vantaggi del potere e della sua spartizione. Oltreoceano abbiamo la convergenza dei due soli partiti che si dividono i seggi del parlamento nazionale e che si ritrovano puntualmente uniti nel tenere in piedi il sistema, come è già avvenuto in più occasioni quando si è trattato di aumentare le soglie di indebitamento e dribblare (oplà) l’incombente default, che sarebbe stato inevitabile in forza delle norme che gli stessi USA si erano dati; nel caso del Pd – questo partito/sigla che in continuità con le sue versioni precedenti è imperniato su un preciso calcolo elettorale, nell’ansia di introdurre anche da noi un assetto bipartitico, e quindi resta fatalmente tarato da quel vizio d’origine, con cui si pretendeva di fondere delle istanze di per sé incompatibili in una nuova identità armoniosa e condivisa – i contrasti sbandierati a gran voce dai vari Fassina e Civati si arenano non appena si profila il momento di tirare le somme.
Di Renzi non piace nulla, ma di piantarlo in asso non se ne parla. A parole (a chiacchiere) si mostra verso di lui e le sue riforme in chiave neoliberista un’insofferenza così accesa da far pensare a una incompatibilità assoluta e irrimediabile; all’atto pratico si ritorna nei ranghi e, con il comodo alibi dell’unità interna o della stabilità di governo, gli si permette di restare al suo posto e di proseguire imperterrito sulla strada intrapresa.
I dissidi, dunque, si riducono a dissapori. Le contrapposizioni “ideali” a dei conflitti essenzialmente individuali, o di cordata. Gli scontri sulle linee di governo, o addirittura sui valori che le dovrebbero ispirare, servono a mascherare la loro effettiva natura di lotte intestine: certe divergenze “di principio” hanno una loro fondatezza, in astratto, ma si innestano su rivalità molto più prosaiche. Per non dire miserabili. In apparenza si discute digrandi questioni di contenuto, ma la sostanza è quella del proprio posizionamento negli organigrammi, sia presenti che futuri. I riferimenti teorici, quali ad esempio il ruolo del sindacato e la tutela dei lavoratori, equivalgono a una sorta di campionario, con il quale affascinare/abbindolare quanti più elettori possibili in vista delle successive provvigioni, sia dirette che indirette.
Detto in sintesi, le tattiche (personali) si piegano alle strategie (dell’establishment). Poiché la priorità è la carriera, o quantomeno l’opportunità di rimanere in gioco, si tende comunque a trovare dei punti di compromesso con l’apparato dominante. I duelli abbondano, ma non sono mai all’ultimo sangue. E spesso neanche al primo. La scherma è piuttosto una schermaglia. E le battaglie campali evocate di tanto in tanto, all’occorrenza con il supporto dimostrativo di manifestazioni più o meno di massa, restano degli spauracchi che rientrano nel linguaggio in codice tra le opposte fazioni.
Le sorti della popolazione rimangono sullo sfondo. In Italia come negli USA, e in chissà quanti altri teatri delle sedicenti democrazie occidentali, per i politici di professione l’obiettivo irrinunciabile è rimanere a bordo della nave ammiraglia, quale che sia la rotta decisa da chi ha il potere di stabilirla.
Per gli ancora troppo pochi che hanno gli occhi bene aperti è lapalissiano. Per tutti gli altri, purtroppo, non lo è affatto.

Federico Zamboni (www.ilribelle.com)

lunedì 15 dicembre 2014

Un altra Europa è possibile! Fuori dall'Euro!


ROMA - Grecia detonatore per l’Europa perché Tsipras vuol portarla fuori dall’euro. L’Europa rischia una nuova crisi con epicentro in Grecia perché c’è il rischio che Syriza, la sinistra guidata da Alexis Tsipras vinca le elezioni e trascini Atene fuori dall’euro. Tutti i sondaggi danno Syriza primo partito con un vantaggio di almeno 5 punti.
In realtà Tsipras ha annunciato che in caso di vittoria si libererà della trojka e del suo piano di salvataggio. Ma, scrive Federico Fubini sulla Repubblica, in privato minaccia di uscire direttamente dall’euro dopo aver cancellato il debito greco con un default definitivo. I mercati, gli investitori internazionali hanno quindi di nuovo messo nel mirino la Grecia, cioè mettono in dubbio la sua capacità di pagare gli interessi sul debito e corrono a liberarsi dei suoi titoli di stato.
Una situazione già vista con la crisi dei debiti sovrani: solo che oggi le economie dei paesi già prostrate da quella tempesta, avrebbero spalle molto meno larghe per affrontarne un’altra. Quello che vedono i mercati è la debolezza del governo (e della politica in generale) greco: la maggioranza che sostiene il leader di centrodestra Samaras è incapace di eleggere il presidente della Repubblica entro gennaio (gli mancano 29 voti per il quorum). Samaras, che le sta tentando tutte, ha addirittura proposto il nome del presidente dell’Olympiacos, la squadra di calcio della capitale. Se non ci riesce elezioni anticipate.
Fin qui il dramma politico alla luce del sole, ma sottotraccia lo sta alimentando l’ordito diplomatico-finanziario. Lontano dai riflettori, nel silenzio di tutti, quest’anno i governi europei hanno mancato un appuntamento che rischiano di rimpiangere: all’inizio del 2014 avevano iniziato a discutere l’ipotesi di dare altro sollievo alla Grecia sul debito.
Niente di diverso dal trattamento che la Gran Bretagna ha ricevuto dopo la Grande Guerra o la Germania dopo la caduta del nazismo: il debito pubblico verso gli altri governi — dopo i salvataggi, 173 miliardi nel caso della Grecia — viene spalmato su molti decenni a interessi quasi zero.
Sarebbe una forma mascherata di default, già sperimentata da altri Paesi nel ‘900, e capace di disinnescare lo choc politico che ora minaccia di nuovo l’Europa. Ma quell’ipotesi su Atene si è arenata: il governo tedesco si è opposto, asserendo che una Grecia in deflazione, con un’economia crollata del 25%, una disoccupazione al 27%, potesse realmente ripagare un debito al 175% del Pil. (Federico Fubini, La Repubblica)